
Da quando è arrivata la fotografia digitale, più o meno un quarto di secolo fa, ho sviluppato un talento speciale: scattare foto e rimandare all’infinito il momento di organizzarle. Con i vecchi rullini era tutto più semplice: avevi a disposizione appena 24 o 36 pose e, dopo aver pagato lo sviluppo, scoprivi che metà delle immagini era venuta mossa, sovraesposta, sottoesposta o con qualche dito davanti all’obiettivo. Ti ritrovavi quindi con al massimo una decina di scatti decenti e la questione finiva lì. Oggi, al contrario, al ritorno da un viaggio sei sommerso da migliaia di file, perché hai la libertà di scattare a raffica senza apparenti controindicazioni.
Il risultato di questa libertà? Una totale anarchia. Nel corso degli anni le mie foto sono affogate in una matrioska di cartelle e sottocartelle, mischiate a backup di sicurezza ridondanti e a vecchi hard disk trasferiti da un Mac all’altro: centinaia di gigabyte costellati di doppioni. A un certo punto mi sono quindi imposto un limite etico: se ho impiegato trent’anni ad accumulare questo caos, posso concedermene altrettanti per rimetterlo in ordine.
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